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Mettetevi (s)comodi

27 Agosto 2026

Arianna Gamba

Aprire Spiragli, il titolo della ventiseiesima edizione del Festival Internazionale di Arzo, rimanda all’intenzione di realizzare quello che per me è lo scopo primordiale del teatro: sconvolgere. Gli spettacoli in programma, infatti, non hanno invitato il pubblico alla staticità o alla comodità, anzi. Entrando in una sala o in una corte, le spettatrici si sono preparate per addentrarsi in questioni dolorose, mettersi in discussione e assumersi le proprie responsabilità, mentre si accomodavano sulle seggioline e attendevano il calare del buio e del silenzio. I temi e le modalità delle performance hanno accompagnato il pubblico a spalancare quelle porte che nella vita di tutti i giorni si tengono chiuse ma che qui, sul palco, hanno la possibilità o forse il dovere di essere esplorate. Credo che i gesti e le parole del teatrante non debbano piegarsi all’esigenza di chi sta dall’altra parte di restare confortevole davanti a quello che osserva. Al contrario, devono disegnare punti di domanda sulla scena, punti sui quali le spettatrici iniziano a riflettere recuperando giacche e borse e incamminandosi verso l’uscita tra il chiacchiericcio generale. Voglio ancora credere che il teatro non abbia paura di parlare, ma solo voglia e bisogno di gridare al mondo il sentimento di indignazione che brucia dentro ognuna di noi, per gli orrori del nostro tempo e di quello passato.

 

Tra le rappresentazioni teatrali che ho visto nel corso del festival, quattro in particolare mi hanno fatto sentire scomoda, per ragioni e in modi diversi: Kamikaze. Spero vada meglio dell’ultima volta, di e con Giulio Santolini e Daniele Boccardi; El Pacto del Olvido, che vede in scena Sergi Casero Nieto; Per sempre, drammatizzato e interpretato da Alessandro Bandini e Io sono verticale, monologo di Francesca Astrei.

 

Il primo spettacolo obbligava il pubblico ad esporsi senza freni o riserve sulle performance dell’attore. Ciò ha implicato che qualsiasi espressione di approvazione, così come di dissenso -atti che comportano l’attribuire un valore normativo a una persona e a quello che fa o dice -fosse incoraggiata. Questa condizione ha destabilizzato le spettatrici, me compresa, abituate al pensiero che il teatro sia il luogo della “sospensione del giudizio” per antonomasia -sia per chi recita che per chi osserva. Avendo vissuto entrambi i ruoli, ho sempre avuto l’impressione che, se anche l’apprezzamento o la critica di una performance assumesse i colori di un giudizio, questo succedesse nell’intimità dell’individuo e mai sotto gli occhi di tutti. Nello spettacolo Kamikaze, invece, la valutazione espressa in maniera diretta, franca, partecipata e collettiva lascia lo spettatore esposto, in una posizione di vulnerabilità e fragilità. Condizione che è stata gestita in base alle sensibilità di ognuna. Dalla mia seggiola, collocata tra le ultime file, mi è sembrato ci fosse chi si è sentita finalmente libera di dare sfogo ai propri pensieri, abbracciando la provocazione degli attori; altre sono rimaste involontariamente ancorate a quello che gli è stato insegnato, ovvero che è meglio dire quello che fa piacere agli altri piuttosto che manifestare la propria volontà. Infine, una terza categoria di spettatrici si è trovata nella posizione che per me è la più scomoda di tutte, quella tra la paura e il coraggio, la repressione e la manifestazione. Sono state coloro che si sono trovate ad un bivio, ancora indecise, spaventate dalla responsabilità della loro scelta ma che si sono poste la domanda forse più importante: “Sono disposta a sentirmi scomoda nella mia vulnerabilità e sincerità o preferisco nascondermi dietro a ciò che gli altri vogliono che io dica?”.

 

Se in Kamikaze, la sensazione di scomodità pervadeva soprattutto il pubblico, che si trovava messo alla sbarra a testimoniare i propri pensieri più sinceri, nello spettacolo El Pacto del Olvido, ideato e interpretato da Sergi Casero Nieto, era il personaggio principale ad essere messo in discussione. Personaggio principale che potevamo soltanto immaginare e che era seduto, nel buio o illuminato dalla regia, su una sedia dallo schienale ondulato con cui l’attore -che è solo in scena -dialogava. Un tentativo di conversazione fallito che sì si è articolato tra nonna e nipote, ma che ha riflettuto in realtà il silenzio, la vergogna e il senso di colpa tramandati da generazione in generazione attorno alla dittatura di Franco -quella cosa informe e spaventosa che non solo non si può dire, ma nemmeno pensare. Un oblio collettivo degli orrori franchisti, per garantire la pace e la transizione democratica. Ma a che costo? Sergi Casero Nieto, elaborando ricordi personali, testimonianze raccolte, documenti storiografici, letture e canzoni, ha trasmesso attraverso la sua recitazione quanto sia difficile non soltanto parlare di un passato talmente doloroso da essere stato rimosso, ma anche chiedere di farselo raccontare. L’inadeguatezza, il timore, il sentirsi sbagliati per aver espresso anche solo il desiderio di fare chiarezza, di fare luce sulla storia, per non ripeterla. Una scomodità che la collettività è obbligata ad attraversare perché solo ricordare permetterà a questa immensa ferita di poter finalmente guarire -come spiega Nieto nel corso dell’incontro con il pubblico svoltosi alla Corte dei Miracoli.

 

Se nei due spettacoli citati in precedenza la scomodità si traduceva principalmente in un disagio di tipo concettuale, in Per Sempre di Alessandro Bandini e Io sono verticale di Francesca Astrei, questa si è trasformata in un fastidio che include anche la dimensione corporale. Inoltre in queste rappresentazioni la scomodità non è ricaduta solamente su una delle due figure -attore o spettatore -ma è stata condivisa, allo scopo forse di renderla più sopportabile.

Bandini è entrato in scena trafelato, con il respiro corto, correndo. Poi si è posizionato al centro del palco, e i suoi piedi sono rimasti incollati al suolo finché non ha scandito l’ultima parola dell’ultima lettera che lo scrittore italiano Giovanni Testori scrisse a Alain Toubas, amante francese al quale fu legato per oltre trent’anni. L’amore a cui ha dato voce l’attore è intenso, profondo, passionale, torbido in alcune delle sue ossessioni. E Bandini è stato capace di restituire quell’impeto e quella smania attraverso lo strumento del respiro che sembrava non bastargli mai, una sensazione di affanno che ha contagiato lo spettatore. Gli mancava l’aria, questa assenza lo consumava, come lo consumava il vuoto lasciato nell’impronta del letto dalla pelle e dall’abbraccio di Alain, l’uomo che non poteva raggiungere. È solo quando l’attore ha riportato alcuni passaggi da Trionfi, la prima opera poetica scritta da Giovanni Testori, che ha cominciato a muoversi nello spazio. Quasi a voler suggerire che si possono lasciar andare le persone solo dopo che si è scritto di loro, attraverso la poesia e la letteratura. Quando si è immersi in un sentimento così forte, ci si sente volare ma allo stesso tempo si rimane fermi, immobilizzati.

 

E se Lazzaro non avesse mai voluto alzarsi? Se il peso dell’aspettativa nei suoi confronti l’avesse schiacciato? Se il suo corpo non avesse retto il dolore dell’essere vivi? Queste alcune delle domande che hanno accompagnato  Io sono verticale, il monologo di Francesca Astrei che ha proposto un nuovo sguardo, quello della depressione, sull’episodio biblico della resurrezione. Nella giornata conclusiva del Festival, questo spettacolo ha dato voce all’eroe Lazzaro, il cui dolore nessuno ha compreso e la cui sofferenza, veicolata dalla pesantezza e dall’immobilità forzata di un corpo che non vuole più rispondere alle volontà altrui, è stata sminuita e svalutata da chi ha cercato di stare accanto a una persona che non voleva più vivere. Un esperimento per chi ha recitato e chi ha osservato, che attraverso la comicità e la leggerezza ha mitigato il disagio del corpo espresso duramente dalle parole dell’attrice, parole che sono arrivate dritte nel profondo delle spettatrici. E quando le luci sono calate per l’ultima volta, e gli applausi hanno riempito la sala, mi sono sentita grata, per l’ultima volta, di essere un po’ più scomoda di quando sono entrata.