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Proiezione sul futuro

27 Agosto 2026

Noemi Gobbi

Si è conclusa la 26esima edizione del Festival Internazionale di narrazione di Arzo il cui tema Aprire spiragli è stato una fondamenta per l’accurata scelta degli spettacoli presentati.

Parafrasando Natalia Lepori, membro della commissione artistica, al suo discorso d’apertura: Aprire spiragli è nata dall’urgenza di abbattere quei muri metaforici, e non, che sono stati alzati in questo tempo buio in cui viviamo per lasciar passare una luce nuova che ci permetta di continuare a raccontare proprio come lo hanno fatto i protagonisti di questo festival.

Come la bobina di una cassetta riavvolta nel tempo: Io sono verticale di e con Francesca Astrei – che per parlarci della depressione – ci ha trasportati al capezzale di un Lazzaro che non vuole alzarsi, che non può alzarsi per l’enorme peso di vuoto che sente dentro. Un macigno però fatto di smarrimento, frustrazione e disillusione, lo incontriamo in La Sparanoia e Apocalisse Tascabile del duo Fettarappa/Guerrieri, che interpretano due giovani che hanno perso la bussola in un mondo che va alla deriva politicamente, e si é dimenticato di loro.

Anche il tema della memoria è stato un soggetto cardine di questo festival, rappresentato principalmente da El Pacto del Olvido di Sergi Casero Nieto. Con l’aiuto di un vecchio proiettore scolastico che gli permette di inscenare un gioco di ombre ci mostra – come fossimo dietro i banchi di scuola – come si è arrivati a cancellare dalla memoria collettiva il periodo franchista. In contrasto con l’omonimo accordo politico del 1977, El Pacto del Olvido di Sergi Casero Nieto, vuole essere una forma di primo risveglio politico per far reagire e rendere consapevole il pubblico, nella speranza di una riorganizzazione sociale che ci faccia uscire da questa letargia globale.

Un altro appello all’azione e alla partecipazione è stato lanciato anche da Giulio Santorini e Daniele Boccardi inKamikaze, spero che vada meglio dell’ultima volta. I due giovani attori hanno voluto confrontarsi in diretta con il pensiero critico del pubblico permettendogli di decidere se ciò a cui stavano assistendo fosse di loro gradimento oppure no. L’invito era quello di esternare apertamente la propria opinione, col fine di risvegliare una sorta di coraggio all’espressione delle proprie idee e a una conseguente presa di responsabilità.

Ripensando agli spettacoli del festival, da attrice mi sono sorpresa di non aver mai notato quanto le luci giocassero un ruolo fondamentale all’interno di uno spettacolo. Senza le luci il pubblico non ti vede, se il pubblico non ti vede, non sei legittimato a far esistere la tua storia e quindi suscitare riflessioni. Le luci sono padrone degli attori. Aprono lo spettacolo, chiudono lo spettacolo, scandiscono il tempo come delle pause e dei silenzi su uno spartito musicale. Aprire Spiragli ha la volontà di fare tutto ciò. Illuminare per suscitare – ed è proprio attraverso la metafora della luce che ogni spettacolo presentato si intreccia l’uno all’altro, come una grande manifestazione collettiva. Illuminare è anche scomodità. La scomodità del pubblico di essere esposto a temi profondi attraverso una chiave ironica, nostalgica, satirica o metaforica. Un pubblico che si auspica possa rientrare a casa con nuove consapevolezze, conoscenze, temi da diffondere attorno a sé, simulando il ritorno ad un’epoca in cui la retorica era il pilastro fondamentale della democrazia e dell’informazione. Un sano equilibrio tra Logos, Ethos e Pathos per diffondere storie e mantenere una memoria che oggi più che mai rischia di essere completamente oscurata.