Journal

Esercizi di scomodità

22 Agosto 2026

Sguardi sul teatro

Kamikaze collettivo: la scomodità del fallimento

di Maddalena Muscionico

 

Kamikaze. Spero vada meglio dell’ultima volta è lo spettacolo d’apertura dell’edizione del Festival di Narrazione 2026 e, fedele alle dichiarazioni della direzione artistica – che rifiuta il concetto di «teatro d’intrattenimento» e invita invece il pubblico a «porsi domande scomode» – offre quella che si può definire un’esibizione interattiva. In Kamikaze la platea è portata a esporsi alla sua più grande paura: dover partecipare. Giulio Santolini, accompagnato da Daniele Boccardi, si propone di mettere in scena tre delle sue performance più fallimentari, alle quali il pubblico – oltre a dover in alcuni casi impersonare dei personaggi – deve dare un giudizio. In prima istanza spettatrici e spettatori devono realmente riflettere sulla qualità della rappresentazione e successivamente prendersi la responsabilità di esprimerla.

La tensione scomoda che oppone performance ed esito, aspettative e fallimento, viene rispecchiata da un doppio registro che accompagna l’intero spettacolo, sovrapponendo danze comiche a monologhi drammatici, creando in questo modo un senso di confusione emotiva nella spettatrice/spettatore. Questo spazio di disagio, che vuol essere sdoganato, viene espresso attraverso molteplici dispositivi, tecnici e diegetici. Si parte dalla frontalità che impone il palco, la quale mette in rilievo l’attore rispetto al pubblico intensificando così la pressione performativa. Si prosegue con l’uso del voice-over che, arrivando dall’alto, riporta i giudizi negativi di entità superiori (dai filosofi/e Cioran e Weil, al drammaturgo Tristano Martinelli, fino a un alieno), a simboleggiare il rischio che corre l’attore nell’esporsi. Per terminare, il finale è lasciato nelle mani delle spettatrici e degli spettatori consentendo loro di spartire, seppur senza pretese, parte di questa responsabilità, muovendo la rappresentazione dalla dimensione autoreferenziale a quella collettiva.

 

 

 

 

La responsabilità della scelta

di Arianna Gamba

 

Viviamo in una società nella quale il giudizio costituisce il pilastro sul quale costruiamo la nostra identità e orientiamo le nostre decisioni. È un giudizio costante, alle volte sincero e altre misurato, quando è filtrato dai propri interessi. Una logica dalla quale il teatro, nella maggior parte dei casi, fugge. Il palco, ci viene detto, è per antonomasia il luogo della “sospensione del giudizio”, una frase che, soprattutto chi entra nel mondo della recitazione, si sente ripetere spesso. Per me si tratta di ascoltare, comprendere, immedesimarsi nelle azioni dell’altro. Lo stesso principio però lo potremmo applicare anche ai pubblici. Ho studiato teatro per circa otto anni e, prima come attrice e adesso come spettatrice, ho sempre avuto l’impressione che il gusto personale, l’apprezzamento o la critica del pubblico verso una performance teatrale raramente sfocino in conclusioni che attribuiscono un valore normativo a ciò che si osserva. Dalla mia esperienza, se questo risultato si produce, non si avvera mai in superficie -sotto gli occhi di tutti - ma resta nell’intimità dell’individuo. Nello spettacolo Kamikaze. Spero vada meglio dell’ultima volta, che vede in scena Giulio Santolini e Daniele Boccardi, l’individuo è invece esposto, fragile, vulnerabile nell’espressione del suo parere. Perché lo spettacolo possa concretamente realizzarsi, il pubblico viene infatti invitato, incoraggiato, obbligato a valutare la performance dell’attore, in maniera diretta, franca, partecipata e collettiva ﹣ attraverso battiti di mani, urla o imprecazioni. Il giudizio viene legittimato e il cambiamento della sua connotazione ﹣ da un atto che si tende ad evitare a uno che si incentiva ﹣coglie alla sprovvista le spettatrici, che reagiscono in base alla propria sensibilità. Alcune aderiscono all’esortazione proposta, godendo appieno della libertà di scelta e di espressione che è stata loro concessa; altre si trattengono, sfuggono alla scomodità, perché è sempre stato insegnato che è meglio dire ciò che fa piacere agli altri piuttosto che esprimere la propria opinione. E poi ci sono coloro che sono al bivio tra coraggio e paura, che vorrebbero lasciarsi andare ma che allo stesso tempo non riescono ancora a non mentire a se stessi per non fare del male. Coloro che ancora non hanno risposto alla domanda “Sono disposto a sentirmi scomodo nella mia vulnerabilità e sincerità, o preferisco nascondermi dietro a ciò che gli altri attendono che io dica?”.

 

 

 

 

La scomodità come disagio o come catarsi

di Linda Jam

 

Dove c’è stata scomodità il primo giorno del Festival di Narrazione di Arzo? Molto probabilmente per chiunque, pubblico, artiste e artisti, collaboratrici e collaboratori la più grande scomodità nell’arco dell’intera serata è stata l’incessante pioggia che ha marchiato in maniera piuttosto ingombrante gli spostamenti, i momenti tra uno spettacolo e l’altro e per molti, questa scomodità, si è poi estesa persino durante gli spettacoli a causa dei vestiti e capelli ancora umidi se non proprio slozzi per i malcapitati senza ombrello.

Ma entrando nel vivo del programma del festival, a cosa si può associare la scomodità ai due spettacoli della prima sera? Per quanto riguarda il primo, già dal titolo, Kamikaze si poteva evincere che non sarebbe stato uno spettacolo pacificante e rilassante ancor prima di entrare in sala. Infatti in molti avranno avuto il dubbio: “Ma ad essere kamikaze saranno solo i due attori o lo sarò anch’io perché mi pentirò amaramente di essere venuta/o a vederli?” E data la reazione del pubblico, convalidata persino dalla “commissaria di sala” – incaricata apposta dagli attori per testare il grado di apprezzamento della sala – che ha premiato gli artisti con numerose ovazioni, si direbbe che questo pentimento e questa scomodità non si sono verificati.

Forse però alcune persone hanno sentito un altro tipo di disagio, una scomodità più emotiva che fisica,  ovvero che questo spettacolo parlava di fallimento, era questo il vero significato di Kamikaze, di non riuscire a realizzarsi, nel lavoro ma anche come persona. Il momento sicuramente in cui questi concetti erano più intensi è stato durante la lettura della lettera in caso di suicidio, sui kamikaze giapponesi, metafora di tutte le altre persone che implodono. Ciò che ha reso questa scena non retorica e non carica di troppo pathos è stato il fatto che durante la lettura Giulio Santolini ha portato in scena una danza buffa e surreale, creando un contrasto interessante e non banale. Il contrasto permetteva al pubblico di riconoscersi in parole dure e profondamente attuali. Si tratta di una scomodità positiva, anche se questo può forse risultare un ossimoro, soprattutto perché nell’ultima scena, al buio, Giulio Santolini e Daniele Boccardi hanno invitato il pubblico a stare nei propri fallimenti, l’unico spazio in cui le scomodità erano benvenute.