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Il patto della rimembranza

27 Agosto 2026

Maddalena Muscionico

Tra le molteplici tematiche attraversate lungo la ventiseiesima edizione del Festival di Narrazione di Arzo, mi è parso molto avvincente il concetto di memoria, filo rosso che ritorna in vari spettacoli intrecciando i loro percorsi narrativi. Il macro-contenitore Aprire spiragli, per l’appunto, accoglie e offre tanti possibili varchi da oltrepassare, di cui la memoria, a parer mio, rappresenta lo spiraglio per eccellenza: la porta d’ingresso principale per accedere a dimensioni lontane, a volte difficili da intravedere con chiarezza, altre volte deliberatamente represse. Sono queste le due direzioni in cui si muovono le proposte teatrali Passé Composé di Ali Lamaadli ed El Pacto del Olvido di Sergi Casero Nieto. In entrambi i casi si tratta innanzitutto di un’azione di ricostruzione del passato, alla quale gli artisti aderiscono per mezzo di alcuni oggetti. Questi dispositivi d’accesso, essenziali per l’attore, ma anche per chi guarda lo spettacolo, consentono di formulare una prima associazione oggetto-concetto-visione, che avvia il processo della rimembranza. Un’esperienza simile è stata proposta in occasione del laboratorio di critica teatrale, con una collezione di oggetti che potesse avvicinare le persone di passaggio nei luoghi del festival ai vari spettacoli (Link all’esercizio). Parallelamente, in PasséComposé questo processo si dispiega secondo una costellazione di oggetti diversi che hanno la medesima funzione. Le lettere, le fotografie, le registrazioni vocali, la televisione, l’impiego del guembri, ma anche la voce di Ali, a tratti in francese, a tratti in arabo, possono essere letti come tentativo dell’attore di accedere (e di farci accedere) alla giovinezzadel padre cresciuto in Marocco. Questo atlante, seppur frammentato, consente al pubblico e al figlio protagonista dicogliere alcune piccole verità, accettando il patto del tempo che, nella distanza storica e individuale, dissemina indizi effimeri incapaci di ricostituire un ricordo completo, ma solo un’intuizione, uno spiraglio.

 

Diversamente, nel progetto di Sergi Casero Nieto, l’uso di un oggetto in particolare funge da catalizzatore, guidando e amplificando la sua ricostruzione del ricordo. Il retroproiettore analogico diventa il centro nevralgico attraverso cui l’attore manipola la memoria, riesumandola a tratti e cancellandola in altri. Il gesto appare come analogia diretta del pacto del olvido: il compromesso storico con cui il governo spagnolo scelse di rimuovere le atrocità della dittatura franchista. Per mezzo della luce del retroproiettore, viene simbolicamente riaperta una pagina di storia europea rimasta a lungo edulcorata e mai realmente decostruita. La lacerazione della carta stagnola sul piano luminoso ne è il primo segno – ferita della storia e, al tempo stesso, spiraglio verso la verità rimossa. Si passa in seguito alla proiezione di alcune fotografie storiche, sovrapposte alle dichiarazioni della nonna e della madre del protagonista, richiamando in questo modo la memoria collettiva attraverso quella familiare. Infine, il passaggio più crudo: in un primo momento la cancellazione sulla diapositiva delle figure della resistenza antifranchista per mezzo di un solvente; ed in seguito, il progressivo sfocarsi di immagini della dittatura fino alla loro dissoluzione. Lo stesso oggetto che illumina la memoria si rivela – se controllato – capace, con identico gesto, di dissolverla nell’oblio.

 

Questo passaggio mi sembra estremamente in linea sia con le premesse del Festival, che non vuole intrattenere ma piuttosto scomodare il pubblico, sia con la mia personale visione di critica. Penso che la memoria sia un concetto manipolabile, rischioso, spesso scomodo; ma che, se orientato secondo giuste intenzioni, possa diventare una guida pressoché imprescindibile del nostro sguardo. Uno sguardo che si muove dal passato al presente, con l’auspicio di non ripetere i medesimi errori. Non a caso lo spettacolo termina con un detto popolare affidato alle parole della madre, che approssimativamente affermano: “quel che non mangi oggi, dovrai comunque mangiarlo domani”. Questa espressione in qualche modo segnala il limite generazionale e di conseguenza il passaggio di testimone necessario alla ricostruzione dei fatti storici. Solo attraverso questo processo l’ultima generazione potrà essere in grado di accedere all’eredità traumatica del passato, primo passo per poter ricordare, parlare, agire. Proprio a quest’ultima generazione, il festival ha deciso di riservare grande spazio. Per la prima volta un’edizione è stata animata nella quasi totale interezza dalle voci di giovani artisti. Ed ecco la grande scommessa del teatro e della narrazione: ricordare ciò che è scomodo, nominare ciò che altrimenti non potrebbe mai essere ricordato. In questi termini, la ventiseiesima edizione è stata la riconferma preziosa di un patto collettivo che ogni anno si sceglie di rinnovare varcando i portoni delle corti: quello di non voltare lo sguardo.