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IL SUICIDIO ADOLESCENZIALE NON PUÒ PIÙ ESSERE UN TABÙ - Her e le due facce della fragilità di Naya Dedemailan

28 Agosto 2025

Carola Fasana

Naya in qualità di attrice, ha sempre indagato temi importanti nel sociale considerando il teatro non soltanto un mezzo di espressione artistica ma anche uno strumento fondamentale per sensibilizzare , far riflettere e svolgere un’azione preventiva. La performer racconta, infatti, che dopo uno spettacolo che trattava il problema dell’alcol per i giovani, tre ragazzi le si erano avvicinati chiedendole perché si parla sempre delle stesse cose e mai di altre che li riguardano davvero. “Tipo?” aveva chiesto lei ingenuamente, “il suicidio e i pensieri di farla finita”. La schiettezza della risposta l’aveva disorientata portando con sé tutta una serie di altri quesiti: perché non si parla di suicidio e ancora meno di suicidio giovanile? Perché i giovani si sentono soli ad affrontare questa problematica? Perché molto spesso gli adulti si chiudono a riccio non appena percepiscono di avvicinarsi a questo terreno scosceso?

 

 

 

Accostare queste due parole “giovinezza” – nell’immaginario collettivo collegata solo a termini positivi quali forza, spensieratezza, vitalità, divertimento, vivacità – e “suicidio”, ci provoca una dicotomia interna totalmente inaccettabile. Nella nostra testa queste due parole non vanno insieme, è impossibile che un ragazzo possa sentire una tristezza così insostenibile da pensare al suicidio. E allora? Cosa facciamo?

 

 

 

Ecco, non ne parliamo, rimuoviamo, neghiamo, come tutto ciò che ci fa paura. Infatti, è proprio la paura una delle ragioni principali per cui l’adulto sembra, agli occhi del ragazzo, distante, disinteressato, noncurante, ma la verità è che non sa come reagire di fronte a questo tabù;  ha il terrore di fare più male che bene, di innescare il  pensiero suicidario o di dare consigli sbagliati.  Crede che sia meglio non mostrarsi fragile e disorientato, così, indossa la maschera dell’impassibilità, come se niente potesse scalfirlo e farlo vacillare. Ma è solo quando cominceremo a mostrare la nostra fragilità di adulti – dice Naya – che i giovani cominceranno a sentire di essere meno soli e che forse quella tristezza potrà trovare le prime parole per esprimersi.

 

 

 

Ed è precisamente all’esigenza di aprire uno spazio di dialogo, di confronto per parlare di fragilità tutti assieme che risponde l’indagine di Naya Dedemailan. L’attrice ha intrapreso prima una profonda ricerca di letteratura riguardo alla tematica del suicidio e tentato suicidio giovanile, poi ha somministrato interviste non strutturate ai genitori che avevano perso un figlio, o ai ragazzi, i cui amici o compagni di classe si erano tolti la vita, e agli insegnanti coinvolti; una cinquantina di interviste tra Ticino e nord Italia. In seguito, è nato il testo drammaturgico in un profondo dialogo tra i dati raccolti, le esperienze personali degli intervistati e i rimandi del pubblico.

 

 

 

La metafora scelta dall’autrice per parlare del suicidio è quella dell’arrampicata, la parete di roccia compare sulla scena, fisicamente, sottoforma di telaio rosso dove sono appesi tutti gli attrezzi necessari alla scalata , simbolicamente, come filo narrativo di tutta la vicenda. Her e le due facce della fragilità racconta nello specifico la storia di Anna, la ragazzina  di 17 anni che si toglie la vita, e i suoi amici, Nina, la voce narrante, e Salvo. Costituivano “i tre moschettieri”: Anna era quella profonda e saggia, Salvo quello rompiballe che crea problemi inesistenti e Nina, quella che butta sempre tutto sul ridere. Nina e Anna sono amiche d’infanzia e andavano ad arrampicare insieme, perché non si va mai ad arrampicare da soli, infatti, nella scalata, come nella vita si ha sempre bisogno di contare su qualcuno. “Arrampicare non è solamente paura di cadere nel vuoto, ma è anche la capacità di usare strumenti di sicurezza per stare al meglio”: una corda ci sostiene nel vuoto a cui siamo legati da un moschettone e il nostro compagno apre o chiude la salita.

 

 

 

Un giorno, però, Anna non viene a scuola, il suo banco è vuoto, sembra un lunedì qualunque fino a quando:

“Anna non tornerà più a scuola, Anna si è tolta la vita ieri sera”,

queste parole risuonano come macigni nell’aria. Da quel giorno tutto cambia e gli adulti cominciano a comportarsi in modo strano: la professoressa di matematica, di solito cattivissima, tutt’a un tratto è una specie di santa a cui niente fa più arrabbiare o la mamma di Nina che, appena sente il nome di Anna, cambia subito argomento o la professoressa Allegra che vuole fare un cartellone di addio per Anna; la follia! Nessuno che chiede loro come stanno, nessuno che dà loro uno spazio per parlare, e loro lentamente scivolano nel vuoto. Nina e Salvo non sanno più cosa dirsi, lui ha smesso di essere il solito rompiballe, parla poco, non mangia e lei usa l’ironia per mettere ancora più distanza. “Ohi, come stai?”- “Abbastanza bene, tu?”  e il giorno dopo “Come va?” – “Sto ok, tu?”  e così in  un loop uguale. Nina sente che sta male ma non sa come aiutarlo, non sa cosa fare, perciò fa finta di niente.

 

 

 

Finge che sia tutto a posto finché capisce che, se non fa subito qualcosa,  perde anche Salvo. E, per la prima volta, ha il coraggio di fare quello che fino a quel momento nessuno ha fatto, ossia rispondere sul serio alla domanda: “Come stai?” “Sto male, sono preoccupata per Salvo”. Questa risposta sincera di Nina fa crollare le maschere e crea un’eco infinito di risposte vere. Finalmente  i compagni di classe hanno il coraggio di guardarsi e lasciarsi guardare davvero e comprendono che nella paura non sono soli. Finalmente nessuno finge più, sono tutti li per Salvo.