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Per sempre nella narrazione

27 Agosto 2026

Linda Jam

«Il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l’imbecille, mentre il contrario è del tutto impossibile». In una sola frase Woody Allen ha riassunto il potere dell’umorismo e della comicità, dell’importanza di non prendersi troppo sul serio e che in arte la leggerezza e l’intrattenimento non sono necessariamente sinonimi di superficialità. Dall’intrattenimento fine a sé stesso il Festival di Narrazione di Arzo, attraverso le parole di Natalia Lepori, membro della commissione artistica, ha da subito dichiarato di volersi scostare totalmente proponendo una rassegna che affronti in modo partigiano, oserei dire, le questioni più scottanti che ruotano intorno alla situazione globale. Il titolo Aprire spiragli significa proprio questo, non rinchiudersi nella bolla del teatro e della cultura ma attraverso gli spettacoli e gli eventi collaterali fronteggiare i dibattiti più urgenti ed esaminarli con senso critico.

In questo festival appena concluso c’è stato sicuramente il bilanciamento tra spettacoli comici e performance più serie e impegnate, riuscendo a offrire al pubblico una programmazione diversificata e adatta a soddisfare i più svariati gusti, dei più grandi come anche dei più piccini. Ma la vera potenza di questo festival è quella di mettere sempre al centro il teatro di narrazione, che non ha bisogno di mirabolanti scenografie e costumi ricamati, che predilige la parola a tutto il resto.

 

La parola è ciò di cui la comunità necessita, non una qualunque, per non dire qualunquista, ma una grado di scavare dentro il torbido ed essere comunque in grado di trovarci acqua cristallina, quella parola che riesce a trovare qualcosa che abbia la parvenza del vero. La narrazione può e sa essere vettore di tutto questo, riuscire a solidificare questo presente e noi come persone in una società sempre più liquida così come l’ha teorizzata Zygmunt Bauman.

 

Come si menzionava all’inizio, non è mica necessario prendersi troppo sul serio e portare in scena spettacoli drammatici per criticare il sistema odierno o per lasciare al pubblico spunti di riflessione sull’attualità. Infatti, Giulio Santolini e Daniele Boccardi nel loro Kamikaze. Spero vada meglio dell’ultima volta, con la danza e una giusta dose di intelligente umorismo e coinvolgimento con il pubblico, hanno inscenato la precarietà del lavoro e l’ansia del fallimento. Fallimenti e turbamenti delle ultime generazioni causati da quest’epoca raccontati in chiave comica sono stati i leitmotiv dei due spettacoli di Niccolò Fettarappa e Lorenzo Guerrieri: La sparanoia e Apocalisse tascabile in cui i due giovani artisti romani hanno letteralmente urlato in maniera più caciarona e spropositata tutto ciò che c’è di marcio oggi, che ci causa ogni sorta di paranoia e ci fa implodere portandoci a un’apocalisse interiore. Quell’implosione che a un certo punto diventa tale da non permettere più di alzarsi, riducendo le persone in una posizione orizzontale, e da questa postura nasce la depressione, disturbo rappresentato in maniera tragicomica e biblica da Francesca Astrei in Io sono verticale in cui a non volersi alzare e camminare è proprio Lazzaro, un racconto intimo e delicato in cui in una maniera o nell’altra è facile immedesimarsi. Così come è facile riconoscersi in un amore così viscerale e profondo da non lasciare più spazio a nient’altro e riempire le giornate scrivendo lettere su lettere alla propria dolce metà. È proprio quello che fa il personaggio di Giovanni Testori, interpretato da un formidabile Alessandro Bandini nel suo spettacolo Per sempre da lui scritto e diretto in cui l’attore porta sul palcoscenico un uomo dal trasporto e dall’entusiasmo tipico di un ragazzino ma con la poeticità e una forma sublime pari solo a quella di un grande scrittore. Insomma anche Testori con le sue lettere ad Alain Toubas ha ricordato ancora una volta il potere delle parole e della narrazione che le veicola, narrazione che spesso nel corso della storia è stata distorta e manipolata per le più truci intenzioni, proprio come descrive Sergi Casero Nieto ne El pacto del olvido. L’artista spagnolo alternando ricordi personali e analisi storiche ha fornito al pubblico un lucido e approfondito ritratto su una pagina atroce della storia spagnola che tuttavia è caduta volutamente nell’oblio.

 

Insomma, per la sua 26esima edizione il Festival di Narrazione di Arzo ha offerto un ventaglio di proposte di narrazione ampio e variegato. Da questo ventaglio si sono sicuramente aperti degli spiragli che si speri portino una ventata d’aria fresca, intelligente e umana all’atmosfera che si respira attualmente.

 

Nella quasi totalità degli spettacoli per adulti era presente il tema del fallimento; il fallimento è sacrosanto nella vita come nel teatro, ciò che conta è che questo non ci blocchi, non ci immobilizzi in orizzontale e neanche ci faccia esplodere come dei kamikaze giapponesi, ma che sia uno sprone a ritentare altre mille volte proprio come succede a teatro, a volere cambiare la narrazione della nostra vita, a fare quel patto di autostima e fiducia con noi stessi che duri per sempre.