Teatro di narrazione

Che cos'è il teatro di narrazione? Quali sono le sue caratteristiche?

Ancora prima di porsi queste domande e cercarne la risposta,  ci si potrebbe chiedere: esiste un teatro di narrazione? Tuttavia non intendiamo addentrarci nelle  discussioni che animano il mondo accademico e quello artistico circa l’opportunità  di riconoscere il teatro di narrazione come genere e di  ricondurvi  l’esperienza di quegli artisti che alcuni definiscono narr-attori, altri raccontastorie, altri ancora performer epici.  Il  festival di Arzo è  Festival internazionale di narrazione e con questo appellativo riconosce  l’esistenza di una corrente artistica che identifica l’atto del narrare come forma autosufficiente di teatro: una corrente all’interno della quale si intrecciano e si distinguono  molteplici percorsi originali e indipendenti che sfociano in una costellazione di personali riscoperte del ruolo del narratore.

In Italia il fenomeno del teatro di narrazione esplode negli anni Novanta con un caso: nel 1997 tre milioni di telespettatori assistono rapiti al Racconto del Vajont di Marco Paolini. Un caso che rivela anche al grande pubblico il cammino già intrapreso, accanto a Paolini, da Gabriele Vacis , Laura Curino e Marco Baliani.  Ai loro nomi e alla loro ricerca si affiancheranno negli anni successivi quelli di Davide Enia, Ascanio Celestini, Mario Perrotta, Enrico Messina, Giorgio Felicetti, Roberto Anglisani e molti altri.

Che cosa accomuna e che cosa distingue i percorsi di quegli artisti che riconoscono nella  narrazione una pratica teatrale? La caratteristica del teatro di narrazione, così come viene definito grossolanamente, è la presenza in scena di un attore che racconta. Al suo fianco possiamo magari trovare dei musicisti che lo accompagnano, ma nessuna scenografia o al limite una scenografia molto povera.

L’attore narra una storia, di solito senza interpretare i personaggi. I paesaggi, i profumi, i suoni, vengono evocati attraverso la sua voce e il suo corpo.  La narrazione richiede una partecipazione attiva dello spettatore: a lui l’attore si rivolge direttamente, coinvolgendolo nella storia e chiedendogli di ricostruire con la sua immaginazione tutto ciò che circonda la vicenda.

Ma quali storie raccontano gli attori-narratori? Possiamo, anche se un pochino arbitrariamente, distinguere due filoni: da un lato gli spettacoli che affondano la loro ricerca nelle vicende storiche o nell’inchiesta giornalistica per riportare alla memoria storie dimenticate o soffocate e farne patrimonio collettivo. Dall’altro spettacoli che sono frutto di un’ indagine antropologica tesa a recuperare racconti e  fiabe della tradizione.

Le direzioni sono diverse ma gli esiti si avvicinano nell’intento di recuperare una memoria collettiva attorno alla quale ricostruire il concetto e l’energia di una comunità.

È significativo che i “padri fondatori ” del  teatro di narrazione in Italia condividono la provenienza dal teatro ragazzi e dal movimento dell’animazione teatrale. Questa radice “educativa” si riflette nella ricerca di un teatro che rifugge il puro intrattenimento per farsi strumento di riflessione e azione e prosegue nel lavoro di quei narratori che costruiscono e propongono teatro di narrazione per bambini e ragazzi, un movimento importante e variegato che il festival si impegna a far conoscere.

Da sempre il programma del festival comprende racconti per bambini, ragazzi e adulti  nella convinzione che l’ educazione all’ascolto e l’esercizio dell’immaginazione siano preziosi per tutti.

Il festival ospita prevalentemente narratori italofoni. Tuttavia la riscoperta dell’arte del narrare attraversa culture diverse e fin dalle prime edizioni si  sono ospitati ad Arzo artisti provenienti dalla Francia, dal Canada, dalla Spagna, dal Centro America. Numerose sono state anche le presenze africane che hanno permesso di far conoscere al pubblico artisti che recuperano e rinnovano l’arte del griot, tradizione diffusa nell’Africa occidentale o quella dei conteurs  arabi del Nord Africa. Racconti di qui e d’altrove è il nome del Festival di Arzo che riconosce nella narrazione un valido strumento per abbattere le frontiere e costruire ponti.

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